Daimon
Qualche anno fa ho frequentato una scuola di fumetto. Sono sempre stata appassionata di fumetti e volevo imparare le tecniche e in più in quella scuola alcuni insegnanti erano fumettisti che lavoravano per la Sergio Bonelli editore, tra le case editrici di fumetti più importanti in Italia.
Come classe ci fecero partecipare a un concorso nazionale d'illustrazioni, chiamato "Lanciàno nel fumetto". Ognuno di noi doveva scegliere un personaggio da rappresentare durante il concorso. Pensai subito a Spawn.
Un mio vecchio conoscente ne era davvero patito e quando lo descriveva lo faceva con un trasporto tale che era difficile non rimanerne coinvolti. La visione dell'immagine che uscì fuori era la sua, non la mia. Io avevo semplicemente dato forma alle emozioni che trasmetteva lui parlandone.
"Spawn era un ex agente della CIA, Al Simmons, morì durante un servizio e per le sue capacità venne arruolato da un demone di nome Malebolgia, per guidare le sue armate verso le porte del paradiso. Ma Spawn, ha ancora un lato umano grazie all'amore che prova per sua moglie, combatte contro il suo stesso mandante aiutato dalla sua armatura che è senziente e opera in simbiosi con lui." STORIA COMPLETA
Il creatore di Spawn era uno dei disegnatori di Spider-man e inventò Venom.
In un'America in cui incontrastate dominavano DC e Marvel, Todd McFarlane, riuscì a farsi strada tra i due più grandi colossi fondando la sua casa editrice.
Le tavole del fumetto sono una raccolta di opere d'arte, le illustrazioni sono veri e propri quadri e i fumettisti dei pittori, non comuni illustratori.
Chiusa questa parentesi, volevo rendere ciò che mi era arrivato dal mio amico in modo così forte.
Durante il corso conobbi anche un pittore che mi aprì una nuova finestra sul mondo artistico insegnandomi il valore del SEGNO per tenere vivi i propri disegni.
Disegnai Spawn con questo metodo. Ancora adesso non so spiegare bene cosa sia, in alcuni casi la teoria sminuisce il vero lavoro che c'è dietro. Per conservare il ricordo, "la bella copia" la ricopiai in un nuovo foglio lasciando lo studio anatomico del personaggio intatto.
Iniziai a colorare... non so esattamente descrivere cosa accadde... ci proverò. Fu la prima volta che mischiai più tecniche insieme, china, ecoline, pennarello e tempera. Usai materiali insoliti, ad esempio i cotton-fiok. In quel momento ero là con tutta me stessa, era come se una forza fino a quel momento sopita, avesse preso pienamente il controllo. Io ero molto fissata con il dover fare un disegno in modo preciso e perfetto ma in quell'istante non importava. Non avevo paura di rovinarlo, non m'interessava che il foglio fosse saturo con tutti gli strati di colore che lo consumavano.
Non c'era niente di più importante che mandare avanti quella cosa che ormai aveva preso il pieno controllo di me.
Quella fu la prima volta che il colore si muoveva da solo in modo così viscerale, io ero strumento e spettatrice di ciò che stava avvenendo. L'ho sempre definita come una "possessione" non sapendo come descriverla. Oppure come un Art Attack Mode in cui inizio una cosa e ad un certo punto scatta l'improvvisazione, e io non so nemmeno come riesco a fare determinate cose.
Ora a distanza di anni so che quello è il mio daimon.
Scatta quando uso i colori, è tutto pura improvvisazione, il più delle volte non so cosa sto facendo, so solo che devo lasciarlo fare e non bloccarlo. Perché quando mi metto in mezzo e lo blocco le mie opere risultano morte e spente.
Se lascio che la parte razionale si metta in mezzo subentra la frustrazione.
Per me ormai è una guida e mi affido sempre a quella forza interiore quando coloro. Sento quando non devo forzarla.
E so che chi l'ha sperimentato sa esattamente di cosa sto parlando!
Quella forza cresce mentre seguiamo ciò che è giusto per noi, ci riempie, ci accende e ci guida in quella che è la nostra strada e vocazione.
Non ascoltarla e sedarla per paura ci spegne, siamo disallineati con ciò che si muove realmente dentro. Siamo irretiti, il movimento si arresta, ci sentiamo bloccati, spaesati e persi. La cosa importante è smettere di fare resistenza e fluire con il movimento, anche se possiamo risultare folli.
La vera follia è adattarsi a qualcosa che non ci appartiene, non risuona con ciò che siamo e che non fa per noi.
Non è facile ma è possibile, in ogni caso nessun percorso è "semplice" ma sicuramente la grande differenza sta nel fare ciò che ci accende e ci appassiona.
Essere semplicemente ciò che siamo.


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